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  • 21.09.2026

La generazione del sacrificio e quella del dovuto: un passaggio di testimone mancato?

Negli ultimi decenni si discute spesso di quanto sia cambiato il rapporto delle nuove generazioni con il mondo del lavoro, della responsabilità e, più in generale, del valore del sacrificio. I nostri genitori – in molti casi ancora segnati dagli sforzi della ricostruzione postbellica – hanno vissuto scommettendo tutto sul lavoro, risparmiando e accumulando con fatica per dare ai propri figli un futuro migliore. Per loro il sacrificio era la regola, non l’eccezione: “tempi duri creano uomini forti”, si diceva, e ogni traguardo era frutto di rinunce e dedizione.

Dal dovere al diritto: cosa è cambiato
I figli di questa generazione, spesso cresciuti in un contesto più protetto e agiato, hanno vissuto una situazione molto diversa. Alcuni sociologi parlano di “società signorile di massa”, dove i giovani sono sostenuti da reti familiari solide ma finiscono anche per maturare una percezione distorta del rapporto fra doveri e diritti: il dovere passa spesso in secondo piano rispetto a un senso di “dovuto” che può portare a una minor propensione allo sforzo e al sacrificio personale.

?Questa nuova mentalità è fonte di grandi dibattiti e stereotipi: i giovani vengono accusati di essere viziati, incapaci di accettare il sacrificio, mentre la generazione precedente si sente non riconosciuta per l’impegno speso. Ma è davvero così semplice? E soprattutto: chi ha responsabilità in questa trasformazione?
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L’aneddoto di Bill Gates e la “pigrizia produttiva”
In questa discussione si inserisce il celebre aneddoto – spesso attribuito a Bill Gates ma nato, in realtà, dallo studio dell’ingegnere Frank Bunker Gilbreth – secondo cui “scegliere una persona pigra per un compito difficile” può essere vantaggioso perché sarà in grado di trovare la soluzione più rapida ed efficiente. L’idea di una certa “pigrizia produttiva”, rivendicata anche in ambienti manageriali, ha dato dignità al concetto di ottimizzazione estrema e di massima resa con il minimo sforzo.

?Ma oggi sembra prevalere, invece, la ricerca del modo più veloce non tanto per ottimizzare e raggiungere risultati, quanto per non dover fare il lavoro. Si rischia, cioè, di perdere la distinzione fra ottimizzazione intelligente (figlia dell’efficienza) ed elusione delle responsabilità (figlia dell’assenza di motivazione).

?Il paradosso educativo: figli del sacrificio, eredi del dovuto
La domanda spontanea, guardando questo scenario, è: come sono nate le generazioni del “dovuto”? La verità è che spesso sono figli – letteralmente – di chi si è sacrificato oltre misura per offrire loro tutto ciò che, in passato, era negato. L’iperprotezione, l’esaudire ogni bisogno, il mettere al centro i figli come unico progetto di vita rischiano però di annullare il riconoscimento del sacrificio stesso, rendendo scontato ciò che non lo dovrebbe essere.

?Non stupisce allora che la generazione del dovuto sia insieme il frutto e il fallimento del modello educativo precedente: da una parte desiderio di protezione, dall’altra assenza di strumenti per affrontare la realtà e la fatica. Forse qualcosa, nel passaggio di testimone, non ha funzionato oppure – più ottimisticamente – occorre ancora tempo perché la nuova generazione riconosca a pieno il senso del limite e della responsabilità, superando la comoda illusione del “tutto dovuto”.

Chissà se la transizione dalle generazioni del sacrificio a quelle del dovuto si rivelerà una mutazione destinata all’estinzione, oppure se saprà trovare un nuovo equilibrio tra efficienza, soddisfazione personale e senso del dovere. La storia, come sempre, darà la risposta.

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